SE LA FEBBRE GIALLA DELL’ECONOMIA STA CONTAGIANDO IL CONTINENTE NERO: L’OPA DI PECHINO SULL’AFRICA

cina e africa

– Passano pressoché nel silenzio della stampa internazionale i summit che ogni tre anni si ripetono, dal 2000, fra la Cina ed i paesi dell’Africa, come pure si ha l’impressione che agli analisti geopolitici sfuggano i continui investimenti che il Dragone sta mettendo a segno nel Continente Nero: se al Forum per la cooperazione Africa – Cina tenutosi a Pechino nel 2006 si erano presentati i leader di 35 delle 53 (ora 54) nazioni africane, a quello di Sharm el-Sheikh del 2009 i paesi accorsi per salutare gli inviati cinesi erano ben 49, desiderosi di mettere le mani sui cospicui prestiti concessi da Pechino e pronti a regalare ogni sorta di licenza per lo sfruttamento di suolo e di sottosuolo, in cambio delle necessarie infrastrutture.
I vantaggi che la Repubblica Popolare Cinese porta a casa per il miliardo e 350 milioni suoi cittadini sono molteplici: le materie prime, il lavoro per le proprie aziende, il peso politico nel continente e la trasformazione del denaro investito in dollari americani.
Così, dietro alle intenzioni “umanitarie” ed alla “mano che dà” del premier Wen Jiabao, dietro alle apparecchiature mediche donate, all’iscrizione gratuita nelle università cinesi di 5000 studenti, al pagamento di spese e di stipendi per migliaia di professionisti fra medici, ingegneri ed insegnanti, alla costruzione di scuole e di infrastrutture, esiste anche una “mano che prende”, con investimenti al punto che se il Fondo internazionale è riuscito a concedere all’intera Africa nel 2010 la somma di 11,4 miliardi di dollari, la Cina ne ha dati al solo Ghana 13 miliardi.
I cinesi, imbattibili per la rapidità nella costruzione di infrastrutture a basso costo, hanno ormai realizzato di tutto: reti ferroviarie e case popolari in Marocco; impianti per l’estrazione del petrolio in Algeria; sistemi per le telecomunicazioni in Libia; strade ed acciaierie in Egitto; strade, ferrovie, fabbriche, aeroporti, strutture sanitarie in Etiopia ed in Eritrea, paesi ai quali forniva armi durante il conflitto fra i due del 1998;  oleodotti, impianti per l’estrazione del petrolio, esportazione di armi, costruzione di industrie belliche e la diga di Merowe (sul Nilo, la più grande in Africa) in Sudan, paese per il cui embargo la Cina era pronta ad esercitare il diritto di veto all’Onu; costruzioni ed infrastrutture in Uganda; ricerche del petrolio nei mari del Kenya; sistemi di telecomunicazione e di telefonia mobile in Somalia; scuole, centrali elettriche e strade in Senegal; zuccherifici, industria tessile ed impianti per l’estrazione dell’oro in Mali;  pozzi di petrolio e di gas in Ciad, in Camerun, in Guinea ed in Nigeria, paese quest’ultimo dove ha portato la telefonia mobile; industria del legno ed estrazione dei diamanti in Liberia; miniere di oro e di rame in Costa d’Avorio; uffici governativi e centrali elettriche in Togo; industria tessile ed agroalimentare in Benin, dove Pechino ha rilevato la maggior parte delle fabbriche esistenti.
Il Ghana è uno dei paesi africani del miracolo economico: ricco di oro, cacao, legname, diamanti, bauxite e manganese: ha avuto nel solo 2011 una crescita economica del 13,4% (Italia, 0,7%, Cina 9,2%), ma, è carente di infrastrutture e con ferrovie obsolete. Ci hanno quindi pensato le società cinesi CMEC e CMC, che si sono aggiudicate l’appalto per l’ammodernamento e la costruzione di un totale di 1350 km di ferrovie, su un progetto, neanche a dirlo, finanziato dal governo cinese.
Se l’Occidente ha appoggiato la separazione del Sudan del Sud, cristiano e ricco di petrolio, dal Sudan, musulmano e con gli oleodotti, la Cina ha saputo giocare su due tavoli: poco dopo la secessione ed in piena crisi di confine, il presidente sud-sudanese Salva Kiir volava a Pechino (alleato di ferro del nemico sudanese al-Bashir) e, di fatto, garantiva alla China petroleum national corporation (Cnpc) l’estrazione del proprio oro nero nonché la costruzione degli oleodotti necessari per farlo arrivare al mare. D’altronde i soldi non hanno fede e certe beghe religiose interessano solo a Europa e Stati Uniti…
In compenso se prima a New York ci si lagnava che le scarpe di grandi marchi come Calvin Klein e Guess venivano fatte dalla Huajian shoes group in Cina, adesso ci si può rassegnare: i cinesi hanno impiantato le fabbriche in Etiopia, dove il guadagno è maggiore, nonostante che il paio di scarpe, per arrivare al consumatore finale della Fifth Avenue, debba fare il giro di 4 continenti.
D’altronde lo sfruttamento dei lavoratori, il licenziamento delle donne in gravidanza o del personale in malattia, gli straordinari non pagati, le misure di sicurezza inesistenti stanno sempre di più diventando impossibili in Cina, dove sono cominciati gli scioperi di massa e  ci sono ormai seri problemi di inquinamento legati allo sviluppo troppo repentino e poco rispettoso dell’ambiente: quindi perché non spostare la produzione in paesi dove le autorità chiudono entrambi gli occhi in cambio di infrastrutture che poi tornano nuovamente utili alla stessa Cina?
Ne sa qualcosa il nuovo presidente dello Zambia, Michael Chilufya Sata, un 76enne ex facchino delle ferrovie proveniente dalle file del Fronte Patriottico: alla carica di Presidente della repubblica ci è arrivato con comizi elettorali impostati contro gli “schiavi dello Zambia” impiegati nelle aziende cinesi, sulle ricchezze che devono rimanere nel suo paese e non prendere la rotta di Pechino.
La Cina aveva costruito in Zambia fin dagli Anni ’60 ferrovie, strade ed altre infrastrutture sempre con la sua tipica tecnica neocolonialista dell’arrivare con capitali, merci e mano d’opera: perché far lavorare la gente del posto, se in Cina ci sono così tanti lavoratori? Risultato: dopo mezzo secolo di “cooperazione”, il 60% degli zambiesi vive sotto la soglia di povertà, il paese sta perdendo le sue materie prime, mentre la Cina si sta ingrassando.
Un altro aspetto degli investimenti della Cina in Africa è riassumibile con una frase di Liu Jianjun, già capo dell’Ufficio per il Commercio Estero dell’Hebei, provincia del nord della Cina: “La Cina ha troppi abitanti e troppa poca terra. In Africa c’è terra in abbondanza e pochissimi contadini”. Dove per “terra” si intende “industria agroalimentare”, ovvero dar da mangiare allo sterminato popolo cinese; la Cina, tramite le molte Corporations, sta acquistando e coltivando milioni di ettari di terreni in Africa, riportandosi a casa i prodotti agroalimentari cresciuti grazie ai contadini cinesi, che usano i macchinari e fertilizzanti cinesi, che si servono delle infrastrutture cinesi, costruite anch’esse dai cinesi, che però si trovano nei paesi africani, i quali, per contratto, non fanno neppure pagare i dazi. E tutto questo mentre in Africa, specialmente nel Sahel, si continua a morire di fame.

di Enrico Oliari

 

https://www.notiziegeopolitiche.net/se-la-febbre-gialla-delleconomia-sta-contagiando-il-continente-nero/?fbclid=IwAR0Bozvpn6WD_SDqvBXeojwf0hBZeqAkFvq-37GnBaBehxt_dWJPtT1bbgg

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